Psicologa e Psicoterapeuta

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VALENTINA GLORIOSO

Psicologa e Psicoterapeuta

SIAMO PIÙ "SOCIAL" O ASOCIALI? LA COMUNICAZIONE NELL'ERA DI FACEBOOK E WHATSAPP

Oggi la maggioranza della popolazione possiede un profilo Facebook, Instagram o Whatsapp. Il motivo? La facile fruibilità e soprattutto l'immediatezza con cui ci si può mettere in contatto con una o più persone contemporaneamente, condividendo proprie esperienze tramite una foto o preferenze attraverso un "like".

Si tratta indubbiamente di canali innovativi ed in linea con la sovente esigenza di snellire i tempi per svariate motivazioni (ad esempio lavorative o formative).

Nulla di anomalo, dunque, se pensiamo a tali forme di comunicazione come modalità "plus", saltuarie e non esclusive.

Detto ciò, c'è un aspetto che vale la pena approfondire in ottica psicologica: è la tendenza di sempre più individui, e sempre più spesso adulti, a sostituire in toto o quasi situazioni comunicative di base, necessarie per manifestare ad altri significativi le proprie emozioni, perplessità, paure o per gestire momenti conflittuali, avvalendosi dei canali virtuali.

A chi di voi non è capitato, scorrendo i propri contatti Whatsapp, di leggere frasi "cult" sui vari stati? O ancor meglio, dei post pubblicati su certi profili Facebook? In tutti questi casi l'obiettivo è quello di inviare un messaggio subliminale a qualcuno.

Se la comunicazione è una conditio sine qua non della vita umana e dell'ordinamento sociale (cit. Da "Pragmatica della comunicazione umana", Watzlawick P., 1967) frasi simili a questa: "STO FACENDO ALCUNI CAMBIAMENTI NELLA MIA VITA, QUINDI SE NON DOVESSI SENTIRMI SEI UNO DI QUESTI!" (Anonimo)

Ci fanno comprendere come il mittente sentendosi ferito da qualcuno desideri far conoscere il proprio stato d'animo a tale qualcuno ma senza "sporcarsi le mani", vale a dire senza relazionarsi ed interagire, affrontando in modo aperto e diretto quella persona, al contrario eludendola tramite frasi cariche emotivamente ma di fatto non riconducibili a lui perché scritte da qualcun altro. "La capacità di metacomunicare in modo adeguato è strettamente collegata alla consapevolezza di sé e degli altri" (Op. Cit).


Problema di comunicazione


Ciò accade perché nel mittente esiste un problema di comunicazione (intesa come relazione e non semplice trasmissione di messaggi) e di gestione emotiva nel momento in cui si trova nel campo dei conflitti con il mondo esterno o addirittura con se stesso. Per lui risulta più confortevole e fattibile evitare di affrontare apertamente la persona che per qualche ragione lo fa soffrire piuttosto che incontrarla e confrontarsi apertamente.

E se è vero che esistono delle capacità diverse tra gli "high" ed i "low" perceivers nel riconoscere un'attivazione emozionale e di integrarla consapevolmente nelle proprie esperienze relazionali (Cit. Da le emozioni, dalle teorie alle persone, Lombardo C., Cardiaci M. 1998), nella pratica clinica mi accorgo di come sovente anche chi è in grado di sentire un certo vissuto o di risuonare davanti ad un'emozione può portarla fuori in modo non funzionale, poco sano, o addirittura negarla, mosso da una profonda sfiducia verso gli altri, che spesso si accompagna al perseguimento di un ideale di se grandioso pensabile solo nel mondo virtuale e solipsistico di Facebook..

"Nell'incessante confronto con la irraggiungibile perfezione ideale, l'individuo è continuamente preda e succube di un sentimento d'inferiorità" (Cit. Da "Il senso della vita", Adler A., 1933).

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